la strada del coaching verso il futuro

Coaching e studi di futuro

Non mi sono mai trovato a mio agio dentro vincoli rigidi e procedure prefissate, dentro quegli schemi e metodi “definitivi” che si presentano come la soluzione per quel problema. Vale in campo professionale, da quando mi occupavo di comunicazione a quando sono stato chiamato a modernizzare l’organizzazione e la gestione di un’azienda, fino alla mia professione odierna.

E vale in campo personale, con gli accadimenti della vita grandi e piccoli, strategici, tattici e operativi.

Dunque, i “metodi definitivi”. Per quanto ben congegnati appaiano, al momento di applicarli finisco sempre per trovarmi con un pezzo di realtà che, come dire?, è di troppo: una sfaccettatura non contemplata, una eventualità che non si incastra, un flusso di prospettive possibili che si dirama e deborda in una o (più spesso) tante direzioni…

Regolarmente il sollievo per aver trovato una soluzione si trasforma in delusione, frustrazione, esasperazione, scoraggiamento.

A maggior ragione nell’ultimo ventennio, mentre vedevo che anche il resto del mondo cominciava a prendere sempre più coscienza di concetti quali “realtà liquida” e “mondo VUCA” (cioè caratterizzato da volatility, uncertainty, complexity, ambiguity).

E’ stato così che, quando nel 2008 ho incontrato il coaching ICF, ho deciso subito che quello era ciò di cui ero alla ricerca: non la ricetta giusta, bensì un approccio globale, fatto di un insieme di competenze che sono dentro il singolo professionista, il quale deve saperle utilizzare momento per momento secondo necessità e opportunità.

Nel coaching ho subito visto la possibilità di cercare l’efficacia attraverso la personalizzazione estrema del lavoro, grazie alla possibilità di plasmare operativamente i percorsi secondo le circostanze specifiche. E visto che mi annoio facilmente, anche la presenza di stimoli sempre nuovi e diversi ha una sua importanza decisiva.

Un po’ di anni dopo quel primo incontro, ne ho fatto un secondo altrettanto interessante: quello con gli studi di futuro. Si tratta di una disciplina che agisce in un ambito e a livelli diversi dal coaching, ma che ha attirato la mia attenzione per il suo principio di base: il futuro non esiste e per questo non può essere previsto con precisione, però esistono i futuri possibili.

Ne consegue che metodi e strumenti utilizzati dai futuristi sono sì accuratamente strutturati, ma in modo tale da incorporare la pluralità delle diramazioni in cui il reale può evolversi. Mi riferisco all’approccio sistemico con relativa gestione della complessità e al fatto che viene lasciato spazio vuoto a disposizione dell’imponderabile e dell’imprevedibile.

Dunque non ci si rinchiude in una previsione specifica, bensì ci si prepara alle più diverse opzioni e si fanno scelte precise – anticipanti – di futuro preferito, prendendo decisioni informate e consapevoli.

L’integrazione reciproca tra coaching e studi di futuro mi è apparsa subito ovvia e naturale. C’è una condivisione degli assunti di base. Ci sono metodi e strumenti operativi (futuristi) che da un lato possono creare contesti ed evidenziare potenzialità, dall’altro rinforzare le attività di coaching. C’è una metodologia (il coaching) di efficacia comprovata nell’accompagnare le persone dentro quei contesti liberando le potenzialità latenti.

E poiché fin dai primi mesi di sperimentazioni i risultati sono stati più che incoraggianti, sono molto contento di poter continuare a proporre questo approccio a chiunque voglia orientarsi in questa (apparente) confusione e trovare il modo di non subire gli eventi e il futuro, ma di cominciare a costruirselo attivamente.

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